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Gavoi

Centro storico

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Scorcio da "Bargasola"

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Chiesa San Gavino - Rosone

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monte "Puddis"

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GAVOI: IL PASSATO ED IL PRESENTE

"Attraverso una strada tortuosa (SS. 128) si arriva a Gavoi a m.777 s.l.m.. E’ un piccolo centro (3.050 abitanti) della provincia di Nuoro, nella Barbagia di Ollolai, la romana Barbaria abitata dalle fiere popolazioni dell’interno che avevano scelto come rifugio le zone impervie del massiccio del Gennargentu. Boschi di leccio e di roverella; un susseguirsi di colline e montagne di granito che precipitano a valle; voli di pojane e falchi, colombacci e tortore, gazze e ghiandaie; uno specchio azzurro; grandi silenzi. Scenario di eccezionale bellezza nel quale si colloca la storia di un popolo indomito, guerriero e pastore. E’ questo il territorio (3.150 ettari) dei pastori che partendo dall’altipiano di Lidana, dai boschi maestosi di Soroeni e Goddoro hanno portato l’allevamento della pecora in tutta l’isola. I nostri pascoli non sono sufficienti ad ospitare le greggi ed il pastore gavoese, da sempre, é alla ricerca delle grandi tanche nel Campidano, nella Nurra, nella Giara, nel Marghine.

Qui é nato il formaggio fiore sardo. Qui si amano i cavalli. Qui si celebrano le sagre dei pastori: S. Antioco (2° domenica di Pasqua), S.Giovanni (24 giugno), Sa Itria (ultima domenica di luglio). E Sa Itria, S’Eremu, S’Eremu ‘e sa mela, S’Eremosa ci parlano di evangelizzazione, di silenzio, di preghiera, di cultura e di colture. Ogni toponimo racconta storia, quella storia minore non scritta, ma narrata dalle mamme alle figlie e dalle nonne ai nipoti. A sud le annose quercie di Littoleri, aceri minori, agrifogli e biancospini hanno assistito al passaggio di Don Leonardo Alagon nella primavera del 1473 per spartire, tra le ville di Gavoi e Ovodda, i salti di Oleri abbandonati a causa della peste del 1398-1401.

Poco distante il roccione di Lopène (luogo di pena): secondo la leggenda si consumava l’atroce sacrificio dei vecchi che avevano superato i 70 anni, non più in grado di lavorare. Gli stessi figli li immolavano al Dio Kronos spingendoli dall’alto dirupo per avere una bocca in meno da sfamare. Nel fondo valle, il rio Perdas Fittas scorre fiancheggiato da pioppi e ontani.

Numerose sorgenti e torrenti hanno alimentato gore e canali d’irrigazione, hanno accompagnato il duro lavoro della donna barbaricina che coltivava estesi orti di patate. Gualchiere e molini tacciono e di essi restano i ruderi e toponimi. Sono due i corsi d’acqua più notevoli: il rio Mannu che solca il territorio da Nord-Est fino ad immettersi nel lago di Gusana; il rio Oratu che nasce nel Bruncuspina e scorrendo verso il Nord raggiunge la vallata del bacino artificiale del Gusana. La diga, costruita agli inizi degli anni 60, alta circa 90 metri, raccoglie 60 milioni di metri cubi di acqua, con un perimetro di 14 km. Ha sommerso una valle fertilissima. Sopravvivono ciliegi, noci e peri di varie specie. Una ghirlanda di roverelle e sugherete, felci e castagni, lecci e filliree abbraccia lo specchio lucente. Lo sovrasta un cielo azzurro. In lontananza, il profilo del Gennargentu. Il lago é verde, é azzurro, é argenteo. Le stagioni e le luci lo dipingono ora con colori tenui, ora cupi, ora splendidi sotto i raggi del sole; Un battito d’ali di un airone cinerino, un germano reale, una gallinella d’acqua disegnano nelle acque immobili piccoli cerchi chesi allargano fino a scomparire. Nel lago vivono trote, anguille, persici, tinche e carpe.

Ad Ovest, una serie di colline rocciose edegradanti sulla valle di Gusana, adesso ricoperta di cisto ecorbezzolo, hanno conosciuto tempi migliori. Boschi ininterrotti di lecci esugherete nascondevano rocce e cielo e offrivano rifugio agli animali selvatici: cervi, daini, cinghiali, martore; mufloni, volpi, lepri e conigli. Ma, nella seconda metà dell’ottocento, il bosco viene sacrificato. Le piante sono bruciate e con i proventi della cenere, nel 1871 da Giovanni Chessa di Osilo si acquista un orologio da sistemare nella torre parrocchiale. Tuttavia, sa Matta conserva ancora un fascino, un profumon un’anima. In un intreccio di rami e di fronde, profumi e colori si fondono: l’aroma penetrante del timo e dell’elicriso, quello aspro e forte della ginestra corsica; i ciuffi rosati di cisto ed eriche arborescenti, corbezzoli eginepri affondano le radici tra castelli di roccia e “nodos” con sembianze bizzarre di animali. L’avvolge un profondo e incantato silenzio rotto dal martellare di un picchio, dal ronzio di un calabrone, dallo squittio di un topo o di una donnola, dal rapido fruscio di una lucertola alla caccia di una mantide religiosa. Sono presenti anche mammiferi selvatici: cinghiali e volpi, conigli e lepri, martore e donnole. Dirimpetto, Puddis, Orgoai, Ztiliadu, le colline delle ciliege nere.

Nella magica notte di San Giovanni, in un passato non tanto lontano, le ragazze colgono le ciliege senza toccarle con le mani: il rito le avrebbe preservate dal mal di denti. Un manto verde cinge il paese. e nel verde, i tetti rossi si confondono, si rincorrono, spariscono. Case solide di granito scivolano sul pendio fino ad adagiarsi in un naturale anfiteatro, ai piedi di Pisanu Mele, Conoddio, Brundihone che sbarrano la strada ai venti. Nell’azzurro si staglia l’altissimo campanile di trahite rosata della chiesa parrocchiale. In un labirinto di strette viuzze si aprono piazzette per il gioco dei bimbi o per il ritrovo di anziani che si dilettano a improvvisare versi e riportare alla memoria “sa moda” dell’ultimo poeta estemporaneo. Da ogni balcone, in ogni angolo di cortile traboccano cascate di graniti, ortensie, rose, petunie e salvia fiammeggianti, calendule e bocche di leone che crescono anche sulla roccia e rampicanti che si aggrappano a muri sbrecciati. Fra le ultime case, i sentieri degli orti e dei frutteti scendono ripidi, salgono serpeggianti. Upupe e barbagianni volano bassi sull’altipiano e sulla valle".

Pietrina Cualbu

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